Ristoranti, trattorie, pizzerie, bar, hotel e negozi in attesa del rilancio dopo il Coronavirus.

C’è un fantasma che si aggira per l’Italia. E’ il timore che i turisti non torneranno come facevano un tempo e che gli affari caleranno.

Molte imprese della ristorazione, dell’ospitalità, del commercio saranno costrette a chiudere. Qualcuna sarà imbrigliata in qualche strozzinaggio. Altre galleggeranno.

Abbiamo tutti nostalgia del “turismo di massa”? Io no.

Il turismo di massa è finito. E non poteva che finire. Per nostra fortuna.

Turismo, la svolta (positiva) che ci attende

I sociologi come la mia amica, e collega, Sonia Gastaldi, e gli psicologi come l’altra mia amica, Laura Baccaro, ci insegnano che viviamo nelle situazioni in cui decidiamo di vivere.

Siamo noi a poter determinare il presente e il futuro della nostra impresa.

Se proprio siamo pessimisti, affidiamoci a Niccolò Machiavelli

Sostiene il toscano che il nostro “destino” è un 50% “virtute” (la nostra forza, il nostro agire) e per un 50% “destino” (la sfiga che ti capita in casa).

Questo significa che abbiamo, male che vada, un 50% di carte da giocare.

 Guardiamo le forze in campo. Ecco su cosa possiamo contare, quando parliamo di turismo, di ristorazione e di commercio:

  • imprenditori della mia età (nati negli anni cinquanta e nei favolosi anni sessanta) che possono mettere a disposizione professionalità ed esperienza;
  • giovani splendidi, generosi, che sono stati – nell’epoca del turismo di massa – spesso sfruttati, pagati male, non valorizzati;
  • produzioni gastronomiche di eccellenza, con nicchie produttive che il mondo ci invidia;
  • produzioni vinicole che fanno dell’Italia il Paese della diversità e della qualità;
  • comunicatori, giornalisti, marketer che danno l’anima per ben comunicare e che sul digitale si impegnano, studiano, si appassionano

E le sfighe? Vogliamo parlare anche di quelle? Eccole:

  • burocrazia;
  • corruzione;
  • fisco iniquo;
  • infrastrutture insufficienti

Bene. Anzi, male. Non è bella la “palude burocatrica” – come la chiama il governatore campano, Vincenzo De Luca – e non è bello il fisco iniquo, che sta sulle scatole a un altro governatore molto amato, il veneto Luca Zaia.

Pongo la domanda agli imprenditori contemporanei, io che sono nato nel 1957: pensate forse che mio padre, con la sua autofficina, o mio zio, con la sua fabbrica di impianti per i mangimifici, negli anni sessanta siano vissuti senza burocrazia e senza fisco?

Pensate che negli anni sessanta – gli anni del boom – ci fossero ferrovie e autostrade all’altezza della spinta che pure noi bambini sentivamo nel cuore?

Pensate che avessimo governi duraturi, competenti e con visioni di lungo respiro?

Eppure quegli uomini e quelle donne, negli anni sessanta, hanno fatto grande l’Italia.

Abbiamo davanti una svolta positiva: nel turismo, nell’enogastronomia, nella ristorazione, nel commercio. Occorre solo cogliere l’occasione.

Come? Con la tecnica e con la filosofia.

L’Altro al centro dell’impresa, solo così l’impresa vince

Leggo, divertito, da qualche anno gli slogan pubblicitari (i “payoff”) che partono dal “tu”, anziché dal “noi”.

Hanno imparato che per fottere chi legge, non devi dirgli che tu sei figo. Ma che tu lo farai godere.

Il risultato, però, è uguale: mancanza di autenticità, egotismo, banale commercializzazione della comunicazione.

E’ l’Altro, come ci insegna nel suo blog Mark Schaefer, al centro dei nostri pensieri.

Non perché ci convenga. Non perché ci faccia fare soldi. Non perché ci procuri vantaggi. Ma perché siamo “animali sociali” e senza l’Altro siamo al palo.

Poi vengono – con il lavoro, la creatività, l’innovazione, lo studio – la convenienza, i contratti, i soldi, i vantaggi.

Prima c’è il dialogo, autentico, fondato sull’ascolto.

Prima c’è l’attenzione alle esigenze del cliente. O del potenziale cliente.

Se non cambiamo mentalità, è come nel giornalismo. Puoi scrivere un bel tema, ma è un tema (anche da 10 e lode). Non è un articolo di giornale.

Puoi consigliarmi come usare i Chatbot, le newsletter o Instragram. Ma quella è tecnica. Utile, essenziale, necessaria… banale tecnica.

Poi, a salire sui cacciabombardieri, ci vogliono donne e uomini. Anzi, Donne e Uomini.

Cosa fare per riavere i turisti in Italia

I commercianti vanno al sodo. Ma senza umanità e senza senso critico, il sodo del commerciare rischia di essere un sasso nella testa. Fa male e non porta nulla.

Ecco i punti focali, che approfondirò in altri articoli:

  • comunicazione interpersonale di qualità. Noi siamo al servizio del cliente, non il contrario;
  • rispetto verso i collaboratori, che non vanno sfruttati. Ma vanno valorizzati e che, certo, sono chiamati a un supplemento di impegno;
  • sostegno dalle banche e dallo Stato, che va non solo chiesto… ma “preteso”. L’imprenditore “umano” è un valore e come tale va trattato;
  • comunicazione digitale affidata a professionisti, che abbiamo un cuore e una visione strategica, non solo la tecnica;
  • relazione con il cliente (e potenziale cliente) basata sulla fiducia, sulla qualità dei servizi, sul trasmettere sicurezza in un tempo di malinconica paura;
  • prezzi adeguati, perché la qualità si paga e gli italiani non sono (tranne fasce deboli da aiutare tutti con solidarietà e impegno) quei poveracci che ci fanno credere
  • marketing del territorio, dove le persone contano, dove le eccellenze enogastronomiche contano in relazione alle persone, dove gli ambienti hanno un senso perché vi sono donne e uomini di qualità

Ristoranti, hotel, negozi sono impegnati nella ripartenza.

E’ dura. E’ molto dura. Ma per chi ha deciso di accettare la sfida, la strada non è la rinuncia ai valori, alla giustizia sociale, alla genuinità e alla qualità.

Per chi accetta la sfida, la strada è per un supplemento di “altruità” (mi si permetta il neologismo), dove ciascuno è chiamato a fare la propria parte

Sono chiamati i commercianti, gli imprenditori, i comunicatori. E, certo, anche lo Stato.

Perché lo voglio vedere un governo e un Parlamento, una pubblica amministrazione e un sistema bancario che si mettono “a far melina” di fronte a imprenditori di alto profilo.

Per aiutare le imprese – dal mondo dell’enogastronomia a tutta l’imprenditoria – abbiamo messo assieme un gruppo di giovani comunicatrici e comunicatori. 

L’abbiamo chiamato “Plaza Media Company” perché è dal dialogo, dall’incontro, dal confronto e dalla competenza (in più lingue) che possiamo ripartire.

Il blog su cui ci ritroviamo è quello di BrandJournalist.


Maurizio Corte

email: cortemedia(at)virgilio.it
siti web: Brand Journalist (professional blog) – Agenzia Corte&Media
(photo: thanks to Kristaps Grundstein, Unsplash)

La canzone che ti consiglio, da abbinare a questo articolo, è “Quien fuera”, di Silvio Rodriguez.